07 dicembre 2016

Letture natalizie a cura di Antonio Laurenzano

LETTURE   NATALIZIE

(LAU) - Quale migliore occasione di Natale per regalare un libro? Un libro speciale “Favole da leader per leader da favola”  riservato ai … leader di domani, ai bambini di oggi che, attraverso i racconti fiabeschi dei genitori, cominciano a disegnare idealmente il loro futuro. Favole provenienti da tutto il mondo, rivisitate e interpretate in chiave motivazionale dal suo autore, Mario Sparacia di Gallarate, affermato Beauty Mental Coach, collaboratore di importanti trasmissioni radiofoniche e televisive.
“La favola, ci dice con contagioso entusiasmo Sparacia, è uno strumento potente che permette non solo ai genitori di ristrutturare alcune convinzioni limitanti, ma soprattutto consente di trasferire questo processo evolutivo ai propri figli, regalando momenti intimi costruttivi e ricchi di contenuti”.
Il libro, pubblicato lo scorso anno, ha riscosso finora qualificati apprezzamenti anche da parte di numerosi  educatori che ne hanno evidenziato la semplicità del linguaggio e la peculiarità del messaggio finale: dare forza emotiva e continuità al rapporto genitore-bambino. Sono in programma alcuni incontri con l’autore nelle librerie di Gallarate mentre per il 17 gennaio è in fase di organizzazione una tavola rotonda in Provincia di Varese per approfondire il tema conduttore del libro e diffonderne la conoscenza fra le famiglie. In attesa del suo arrivo in tutte le librerie, il libro è attualmente reperibile su Amazon, nella duplice versione cartacea ed elettronica  Kindle, per una piacevole lettura natalizia. Una vera magia!

05 dicembre 2016

ALESSANDRO COLLI, TESTIMONE DELLA GRANDE GUERRA Memorie di vita militare (1914-1919) di Vincenzo Capodiferro

ALESSANDRO COLLI, TESTIMONE DELLA GRANDE GUERRA

Memorie di vita militare (1914-1919)

Molto bello, intenso e significativo il libro “Alessandro Colli. Quel che fu 1914-1919. ricordi di vita militare e mia prigionia”; a cura di Beppe Galli, Induno 2016. Alessandro Francesco Colli, figlio di Pietro e di Martina Bianchi, nasce il 28 novembre 1896. Sebbene fosse orfano di padre e suo fratello Pietro già arruolato, fu inviato alle armi nella Prima Guerra Mondiale. Come descrive il Galli nella prefazione: «Ora le figlie Eugenia e Maria Gabriella, rompendo gli ormai secolari e timorati indugi, han voluto, in sua memoria, dare alle stampe “ogni cosa” per rendere partecipe il curioso, ma paziente lettore, di come il “fante” Alessandro Colli, riuscì con le sue forze, sostenute da una Fede mai venuta a meno né tradita, a vivere con “umanità” tutti quei mille e novantanove giorni della sua «vita militare (dall’8 dicembre 1915 al 27 marzo 1916), della guerra (dal 28 marzo al 14 maggio 1916), della lunga e dura prigionia sofferta nelle mani nemiche (dal 15 maggio quando fu catturato nel fatto d’armi di Corna Gadda, al 4 novembre 1918), e del rimpatrio al termine della prigionia (dal 5 al 18 novembre 1918»». Il giovane Alessandro così esordisce queste sue nobili memorie: «Io con questo manoscritto non intendo odiare lo Stato oppure essere interventista nazionale. Nemmeno voglio coltivare l’odio di razza; anzi detesto e disprezzo coloro che mirano a vendetta contro questa o quest’altra nazione, e che di ciò ne fa propaganda». E poi spiega caldamente le motivazioni profonde: «Questi miei ricordi devono servire unicamente per istruzione e per eterna memoria ai miei discendenti, cui spero Iddio mi faccia la speciale grazia di tenerli e farli vivere nella retta e giusta Dottrina Cristiana, unico mio conforto durante i miei più severi disagi». Alessandro fa un’analisi molto acuta poi delle cause del conflitto, oltre alla scintilla dell’eccidio del 28 giugno del 1914, perpetrato dallo studente bosniaco Princip, membro dell’organizzazione “Unità o Morte”, ai danni dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria e della sua consorte. Riportiamo, solo per renderci conto della oculatezza storica con cui questo giovane testimone interpreta i fatti, solo alcune motivazioni da lui stese: «I. Gli imperatori e Regnanti non abbastanza pingui della loro posizione, aspiravano a diventar potenti e temuti; mentre si facevano amare dai sudditi li conducevano alla morte, rovina e disperazione. II. Lo squilibrio finanziario commerciale di alcune nazioni, che febbrilmente, all’insaputa delle altre, si preparavano alla guerra. Credendosi al punto giusto e sicuro, scatenarono il demonio che da molto tempo premeditavano, contro gl’inavvertiti». Ma soprattutto - e passiamo alle ultime motivazioni -: «VI. L’Italia poi. La causa principale della sua guerra fu prodotta dalla Massoneria, partito fiero ed inespugnabile in Italia. Temendo che essa avesse a far guerra alla Francia, e quindi portare agli Imperi Centrali una vittoria repentina e sicura, promuove il popolo a dimostrazioni proponendo questo ed altro affinché si avesse a schiacciare detti imperi i quali proteggevano e molto la religione cattolica, che è uno dei più fieri nemici della Massoneria. VII. L’idea di conquista, l’odio di razza, aiuto ai provocati e molte altre condizioni ci trascinarono alla guerra anche noi!». Allo scoppio delle ostilità, l’Italia per gli articoli I e VII della Triplice Alleanza, che richiedevano funzione difensiva in caso di guerra, consultazioni generali e compensi, dichiara la neutralità. Neutralista era il popolo per spontaneo atteggiamento. Neutralisti erano i due maggiori partiti di massa: quello cattolico e quello socialista, ma per motivi diversi. I popolari si esprimevano per un neutralismo contratto, i socialisti, invece per un neutralismo incondizionato, ispirandosi agli ideali internazionalisti e pacifisti. Neutralista era pure Giovanni Giolitti, che così annota nelle “Memorie della mia vita”, Milano 1922, II: «Io avevo la convinzione che la guerra sarebbe stata lunghissima, e tale convinzione manifestavo liberamente a tutti i colleghi della Camera. A chi mi parlava di una guerra di tre mesi rispondevo che sarebbe durata almeno tre anni, perché si trattava di debellare i due Imperi militarmente più organizzati del mondo, che da oltre quarant’anni si preparavano alla guerra, i quali avevano una popolazione di oltre centoventi milioni di uomini e potevano mettere sotto le armi sino a venti milioni di uomini». Il grande statista aveva visto giusto! Ma nessuno volle ascoltarlo. Interventisti, invece, furono i conservatori, i riformisti, i nazionalisti, i democratici, i repubblicani ed i socialisti rivoluzionari. Democratici, repubblicani e radicali erano a favore della guerra ispirandosi ai principi del Risorgimento. I nazionalisti, come Corradini, Papini e D’Annunzio, volevano la guerra per temprare il popolo d’Italia. Interventista fu Benito Mussolini, che per la sua posizione fu espulso dal Partito Socialista e nel suo nuovo giornale il “Popolo d’Italia”, esaltava la guerra, per non essere some mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte. In pratica la guerra fu decisa da una minoranza ed imposta a tutto il resto. Nessuno voleva la guerra, né il popolo, né i partiti maggiori. Il rifiuto austriaco di cedere le terre irredente in cambio della neutralità induce il governo Salandra a firmare il Patto di Londra il 26 aprile del 1915. il resto è storia! L’Italia era, come sempre, impreparata: così si giunge al crollo di Caporetto il 24 ottobre del 1917. Da Caporetto a Vittorio Veneto tuttavia, quel popolo pacifico costretto alle armi, ad una guerra che non avrebbe mai voluto, riuscì a realizzare una delle più brillanti vittorie della sua storia. È il popolo che ha vinto, non i dirigenti miopi e sprovveduti, come Orlando e Sonnino, i quali tradirono l’Italia nella trattative di pace. Il simbolo della Grande Guerra diviene la trincea, che fa esclamare ad Ungaretti: «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie». Questo senso di precarietà dà il via all’esistenzialismo, la fase di smascheramento delle illusioni positiviste del progresso infinito. Il progresso non può che condurre a guerre, a distruzione, perché ha bisogno di distruggere per poter ricostruire. La macchina del progresso è un mostro abnorme, è il Moloch, che brucia i fanciulli, gli adolescenti nella trincea: se non si sacrifica a questo dio malvagio non vi può essere crescita. Lo stesso avviene nel 1939, dopo la Grande Depressione del 1929. Abbiamo scelto una pagina veramente forte in cui Alessandro descrive questo dramma della trincea e della fuga: «Impossibile definire il numero delle volte che mi gettai a terra come morto e rialzato intraprendere la corsa fra una strada serpeggiante mascherata da rami, frascate e pini, sempre accompagnato dagli strapnel e cannonate a calibri grossi e piccoli, di cui la strada ne era coperta di bossoli scoppiati. Molti erano i morti che trovai a terra stesi e posti in tutti i modi, malconci e colle membra rovinate e fracassate. Arrivai a metà monte su un dosso e per terribile meraviglia mi accorsi che le cannonate venivano non solo dal monte Finocchio, a noi di fronte, ma anche dal monte Baviena, formano il fuoco intrecciato. Un soldato di Cuirone ci insegnò la via da seguire. In un lampo posi la mente alla mamma a casa e a Maria Ausiliatrice, e con una corsa sfrenata feci la discesa un po’ in piedi, chino e in mille modi accompagnato da una grandine di granate e cannonate. Posto in salvo dalla roccia quota 750, mi volsi a vedere da dove passai e con qual pericolo. Scorsi un vero macello umano. Chi veniva tranciato e mandato per aria, chi rimase colla testa fracassata, un braccio di qua, una gamba di là. Passai proprio sopra un mucchio di poveri sodati morti mescolati a bossoli, fucili e mitragliatrici. (Qual orrore, ancora ora che sto descrivendo simili momenti, dalla fronte mi sgorga un sudor freddo). A quello spettacolo la vista mi si offuscò. Pensavo a tutti quei poveretti che erano costretti a passare proprio di là. Spossato mi rifugiai in una baracca di salvataggio posta sotto una roccia a picco e riposai per circa mezz’ora. Fuori il fuoco continuava senza tregua. La baracca era piena di feriti e sempre ne arrivavano». Fa eco Ungaretti: «È il mio cuore il paese più straziato»! Ed infine, dopo la prigionia, a conclusione, rileggiamo con commozione il tenero rimpatrio: «Arrivai a san Pancrazio, il portone del palazzo mi fu di fronte. Al portello mi fermai. Baciai la porta della chiesa e dissi: «Che faranno i miei, che penseranno?». Con uno slancio di impazienza suonai al campanello. Una bambina mi aprì la porta e subito la baciai. Essa si impaurì e pianse. Due cani arrivarono abbaiando in difesa della bambina. Fatti pochi passi mi trovai abbracciato dalla mamma e cognata e si pianse». E si pianse! Un finale maestoso e mesto che ci ricorda per sempre il dramma della guerra da chi la ha vissuta di persona. Eraclito profetava: la Guerra è la regina di tutte le cose. Fin quando faremo comandare a lei non ci sarà mai pace tra gli uomini! Dobbiamo opporci alla Guerra, ma non con le sue stesse armi, con la Pace, con la non violenza! Non possiamo essere come Giani bi-fronti! L’uomo è un Giano. Noi non possiamo dimenticare! Non dobbiamo dimenticare ciò che ha prodotto questa forza distruttiva ed aggressiva all’umanità. Noi non possiamo dimenticare le Shoah di tutti i popoli. L’Europa dal 1945 non ha visto più una guerra. Stiamo attenti, che non possa tornare, mai più! L’orrore è sempre alle porte. Può vivere l’uomo senza guerra? Risponde Quasimodo: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo.»!
Vincenzo Capodiferro

IL DIFFICILE RAPPORTO FRA FISCO E CONTRIBUENTE di Antonio Laurenzano

           di Antonio Laurenzano

Sempre in salita, con reciproca diffidenza,  il rapporto fra Fisco e  contribuente dopo l’approvazione del  recente decreto fiscale collegato alla Legge di bilancio 2017. Un provvedimento complesso, molto articolato, con una lunga serie di misure finalizzate, almeno nell’ intento del Legislatore, a rendere  la vita meno difficile a imprese e famiglie.  Ma la strada verso un Fisco più semplice è lunga!
Ancora una volta è caduto nel vuoto l’appello di Ezio Vanoni, storico Ministro delle Finanze degli Anni Cinquanta per “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e  un confuso proliferare della normativa  che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera!
E il decreto fiscale approvato dal Parlamento a supporto della manovra finanziaria è l’ennesima … opera incompiuta!  Si colgono pochi timidi segnali di semplificazione: dalla “tregua estiva” per atti e scadenze alla soppressione del tax day  del 16 giugno, con il solo pagamento di Imu e Tasi e lo spostamento a  fine mese dell’acconto Irpef, Ires, Irap. Ma lo spacchettamento del tax day non elimina il … rischio ingorgo perché  sembra mancare un disegno organico di razionalizzazione della intrigata giungla di balzelli e tasse e relativi vincoli amministrativi.  Parlare infatti di semplificazione fiscale e introdurre per i soggetti Iva otto fastidiosi adempimenti (lo “spesometro trimestrale” con quattro invii delle fatture emesse e ricevute oltre a quattro invii trimestrali delle liquidazioni Iva) significa frapporre altri ostacoli sulla strada della “efficienza, trasparenza e certezza”, principi amministrativi affermati nello Statuto del contribuente.
Cresce il disagio degli operatorii, mobilitati a Roma per il 14 dicembre, per obblighi fiscali che non solo disattendono le numerose e continue promesse di semplificazione ma  “contribuiscono a complicare ulteriormente il funzionamento del  sistema fiscale in Italia”. Un aggravio notevole di lavoro che pone la questione di un  “bilanciamento” tra l’eliminazione di adempimenti palesemente privi di efficacia operativa (intrastat, black list, ecc.) e l’introduzione di nuove dispendiose misure. Non c’è dubbio che l’evasione in Italia, soprattutto per quanto riguarda l’imposta sul valore aggiunto, abbia raggiunto livelli da maglia nera in Europa. Siamo il Paese con maggior numero di partite Iva aperte, oltre mezzo milione all’anno, molte delle quali dedite alla …  “finanza creativa” con  rilevante  imponibile sottratto a tassazione, anche sul versante delle imposte dirette. La lotta all’evasione fiscale è la ragione d’essere di un sistema tributario e, più in generale, di una sana economia. Chi non paga il debito d’imposta fruisce di una rendita che altera la concorrenza e il mercato. Ma è pur vero che un serio contrasto all’evasione fiscale non va condotto con una strategia moltiplicatrice degli adempimenti. Aumentare gli obblighi non frena l’evasione! E cancellarli dopo il loro esito negativo mina la credibilità di ogni intervento.      
Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di stagnante ripresa economica, è un fisco semplificato che oltre a ridurre il più possibile il prelievo, sostenga la crescita, sia equo e renda difficile l’ evasione e l’elusione attraverso le numerose ed efficienti banche dati di cui l’Amministrazione finanziaria dispone. Un patrimonio informativo notevole che consente di eseguire una selezione intelligente e preventiva per individuare i contribuenti  a rischio da sottoporre a controllo, in un’ottica di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa.   
Si ponga quindi fine alla incessante richiesta di informazioni che creano alle imprese costi non riscontrabili in altri Paesi dell’Ue. Abbia termine la stagione delle tante modifiche, interpretazioni, rettifiche della normativa tributaria, dei tanti  “rimedi a singhiozzo”! Combattere l’evasione attraverso la  … lotta alla burocrazia fiscale, ridisegnando il peso fiscale con tre obiettivi di fondo: semplicità, crescita, equità. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere un reddito nelle sue pieghe: ecco perché un’attenta semplificazione può aiutare l’equità. Conciliare il gettito tributario e diritti dei contribuenti (pax fiscale?) è la grande sfida del Fisco italiano. Una sfida di civiltà giuridica. 

01 dicembre 2016

Spettacolo «Diamoci del tu» a Busto Arsizio (VA)


Spettacolo «Diamoci del tu», commedia contemporanea del pluripremiato drammaturgo canadese Norm Foster, per la regia di Emanuela Giordano,  martedì 6 dicembre, alle ore 21,  in scena al cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio con Anna Galliena ed Enzo De Caro.
 
L'appuntamento fa parte della stagione «Mettiamo in circolo la cultura», curata da Maria Ricucci per la sala bustese e inserita nel cartellone cittadino «BA Teatro».
La prevendita dei biglietti al botteghino del cinema teatro Manzoni apre oggi, martedì 29 novembre, e si terrà con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì, dalle 17.00 alle 19.00.  

29 novembre 2016

FINE TURNO di Stephen King recensito da Miriam Ballerini


FINE TURNO                       di Stephen King


© Sperling & Kupfer 2016
ISBN 978-88-200-6101-2    € 19,90  Pag. 478

Fine turno è il terzo libro che vede come protagonista il detective in pensione Bill Hodges.
La trilogia è iniziata con Mr Mercedes e proseguita con Chi perde paga.
Ritroviamo i personaggi che ci hanno accompagnato nei romanzi precedenti: il serial killer Brady Hartsfield, ricoverato in stato vegetativo dopo che la collaboratrice di Hodges, Holly Gibney l’ha colpito alla testa, impedendogli di compiere una strage.
Dei tre romanzi questo è il più sovrannaturale, perché, incredibilmente, Brady, nonostante le sue condizioni, riesce a uccidere.
E come ci riesce? Attraverso dei giochi elettronici da lui modificati, induce in una sorta di trance le sue vittime, spingendole al suicidio.
Ha sviluppato la capacità di impossessarsi dei corpi del suo medico curante e dell’inserviente, così da usarli come automi quando deve uscire dalla sua camera.
Hodges lo sospetta, ma non riesce a comprendere come possa accadere tutto ciò.
Inoltre, la fretta preme sulle sue indagini, perché scopre di avere un tumore che lo porterà alla morte.
Il suo ex collega, vicino alla pensione, al fine turno appunto, lo interpella per quest’ultimo caso.
Così, ritroviamo lui e i vari personaggi già conosciuti nei libri precedenti, impegnati in questa lotta senza quartiere contro un nemico subdolo e invisibile.
Quando Hodges morirà, sulla sua lapide, verrà scritto: fine turno.
Come sempre, in un romanzo scritto con perizia e fantasia, da una mano che, nonostante gli anni trascorsi in questa operazione, non è affatto consumata, ma rimane sempre abile e capace; King inserisce qualcosa di vero. Nell’ultima lettera scritta in fondo alla sua opera, ci mette a conoscenza del fatto che, nonostante Fine turno sia un’opera di fantasia, l’alto tasso di suicidi di cui narra, è una realtà in America e nei tanti paesi dove i suoi libri vengono letti.
Il numero per la prevenzione dei suicidi citato è davvero quello da utilizzare negli Stati Uniti: 1-800-273-8255. Mentre per l’Italia è: 199-284-284.
Mi piace molto l’ultima frase con la quale chiude: “Se vi saltano in testa idee del cacchio, per usare un termine caro a Holly Gibney, non esitate e contattarlo. Perché qualsiasi situazione può migliorare, se gliene darete l’occasione”.

© Miriam Ballerini

"Il silenzio degli alberi" a Como



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Arte in … Roma

Arte in … Roma

5 – 12 dicembre 2016
Nel periodo natalizio, Artexpertise promuove una nuova edizione di “ Arte in...”: una rassegna d'arte che viene sempre proposta in luoghi di particolare rilievo storico, architettonico, culturale e artistico. Presentando alcune delle tendenze artistiche più avanguardiste in contesti storici, come in questo caso la città di Roma, generando suggestivi giochi di contrasto.
Artisti: Matteo Arzenton, Ornella Balbo, Lynn England, Lubov Fridman, Stefania Gallina, Alice Gasco, Omar Ahmed Haj, Emanuela Lanza, Agostina Lisi, Barbara Mapelli, Fara Mas, Andrea Mottura, Paola Paleari, Devis Ponzellini, Carmen Cecilia Rusu, Maria Teresa Sabatiello, Leyla Salm, Leonardo Terenzi, Derya Yilmaz  
a cura di  Artexpertise
Rosso Cinabro
Via Raffaele Cadorna 28
00187 Roma
info 06 60658125 – 342 0739665
rossocinabro.com
artexpertisefirenze.com


opening lunedì 5 dicembre ore 11:00
visitabile dalle ore  11:00 alle 19:00


incontro con gli artisti sabato 10 dicembre ore 17:30

28 novembre 2016

L’ARTISTA GIOVANNI IACOVINO Un pennello sconosciuto, che ha dipinto pregevoli opere nel primo Novecento

L’ARTISTA GIOVANNI IACOVINO
Un pennello sconosciuto, che ha dipinto pregevoli opere nel primo Novecento

Giovanni Iacovino nasce a Castelsaraceno, un minuscolo e sperduto paesello immerso nel selvoso e montuoso entroterra lucano, nel 1891. Come tanti giovani a quell’epoca insegue il mito dell’emigrazione e nel 1905 con il padre Giuseppe e con i fratelli Antonio e Vincenzo salpa per un lunghissimo viaggio che li porta a Buenos Aires. L’Argentina era diventata la Nuova Italia! Quante speranze si erano là assiepate! Quanti italiani c’erano là! Anche oggi lo spostamento dei popoli, come sempre, porta un sogno foriero, a volte smentito, a volte realizzato. La vita è un grande cammino, un pellegrinaggio continuo verso una Terra Promessa. In Argentina Giovanni scopre le sue doti artistiche ed inizia gli studi di perfezionamento delle tecniche pittoriche e figurative. Rientra in Italia nel 1910. Si ferma in un primo momento a Napoli, la capitale culturale delle Due Sicilie. Qui frequenta regolarmente la Regia Accademia delle Belle Arti. Le sue capacità non passano inosservate: infatti nel 1913 vince la medaglia d’oro per uno studio di nudo ed anche il primo premio, consistente in una borsa di studio, che gli permette un viaggio d’istruzione attraverso le principali città d’Italia. Nel 1915 consegue finalmente il Diploma di Licenza del Corso Comune del Regio Istituto delle Belle Arti, ed il Diploma di Laurea del Corso Superiore di Pittura. Così, insieme ai suoi fratelli, che erano anche loro tornati dall’America, apre uno studio di pittura e di fotografia, dedicandosi soprattutto al ritratto. Sono gli anni in cui la fotografia diventa una forma di arte. Nel 1927 l’Associazione Internazionale di Roma gli assegna il premio per la pittura. Nel 1931 inizia la sua carriera accademica ad Ortisei, dove insegna disegno ornato, pittura e studio del nudo fino al 1938. Dall’autunno del 1938 al giugno del 1942 insegna disegno ornato nella Regia Scuola d’Arte Professionale Carnica di Tolmezzo. In questi anni tiene diverse mostre, anche a livello nazionale, a Roma, Trento, Napoli, Firenze, Bolzano, Potenza e Fiuggi. Si trasferisce definitivamente a Firenze nel 1946, alternando la sua attività artistica di pittore con quella di restauratore. Tra i restauri eseguiti si ricordano quelli nel Palazzo Vecchio, riguardanti il Cortile della Dogana, il Salone dei 500, la Sala di Leone X, il Cortile di Michelozzo, ed altri distribuiti nell’eterna città, dal Tabernacolo di Via Pisana alla Loggia dell’Arcagna, dalla Loggia degli Uffizzi a Santa Maria Novella. Muore a Firenze, la città medicea, il 13 dicembre del 1963. Molte sue opere sono sparse in varie collezioni d’arte. La Scuola Media Ciro Fontana, il Preside Prospero Cascini e la scrittrice Teresa Armenti avevano curato una bella mostra e un catalogo delle sue opere più importanti. Alcune sue opere bellissime le avevo scorte nella villa di Donna Pia Calcagno a Lauria, prima di morire. Morivo dalla commozione davanti a quelle splendide raffigurazioni! Il nipote Angelo Iacovino è un pittore come lui e vive ad Arezzo e Castelsaraceno. Il nostro auspicio è che questo notevole artista sia valorizzato nel migliore dei modi dalla sua terra.

Vincenzo Capodiferro