08 luglio 2008


I racconti di Versailles – 17 – di Bruna Alasia

MOZART E MARIA ANTONIETTA
Racconto diciassettesimo


La reggia di Versailles era stata concepita ai tempi di Luigi XIII come un luogo di ritiro e di protettiva solitudine. La sua architettura in origine semplice, modesta e intima, era divenuta magnifica solo con l’avvento di Luigi XIV, il re Sole, che influenzato dalla cultura italiana dei parenti aveva seguito il loro stile rifacendolo in grande soprattutto a partire dai giardini. Boschetti, cascate, labirinti, teatri d’acqua riecheggiavano in fondo quelli di Frascati e di Bagnaia ma con una inimitabile apertura verso l’infinito.
Tale prospettiva si palesò a Luigi XVI e Giuseppe II quando arrivarono alla terrazza situata sopra la fontana di Latona, sulla quale svettava una ninfa di bronzo. Quel 24 maggio 1777 l’orizzonte pulito inquadrava il viale che conduceva al bacino di Apollo, adagiato tra la vegetazione.
- Wunderbar… - mormorò l’imperatore austriaco guardando con la coda dell’occhio il re di Francia che abituato a quella magnificenza, assorto in altri problemi, non vi fece caso.
Luigi scese le gradinate imboccando il parco. L’andatura goffa, la fronte corrucciata, l’evidente sforzo di attenzione gli davano un’aria di zelo mansueto:
- Non so spiegarvi perché io mi ritiri da vostra sorella prima… non so davvero… faccio il mio dovere…
- Non negate che come dovere è piacevole…. o no? - l’imperatore lo guardò di sottecchi con un misto di stupore e rabbia.
Luigi si confuse, non rispose, pensò che lasciarsi andare nel ventre di Maria Antonietta gli metteva ansia quasi potesse essere inghiottito.
- Non dite nulla? – insisté Giuseppe II
- Oh sì certo… certamente… però…
- Dovete abbandonarvi… riconosco che mia sorella non vi aiuti molto ma parlerò con lei… rilassatevi, non ritiratevi prima del tempo: i figli si fanno eiaculando dentro! Fra poco parto, promettete che farete ogni sforzo…
- Lo prometto – disse volonteroso Luigi sentendosi rassicurato da quello sprone fraterno e risoluto.
Quando rientrarono il re di Francia si ritirò nelle sue stanze e chiese di essere lasciato solo. Prese dalla scrivania l’ultimo diario dove appuntava con minuzia soprattutto resoconti di caccia. Registrare quanti cinghiali, cervi, daini, fagiani, beccaccini avesse ucciso, gli dava sicurezza: un punto fermo le 117 spedizioni dell’anno 1775. Amava i numeri, non le parole e anche quella sera fu laconico: “Passeggiato da solo a piedi con l’imperatore”.

***
Il banchiere Jacques Necker, di famiglia brandeburghese, era nato nel 1732 in Svizzera, sul lago di Ginevra. A soli sedici anni, dopo gli studi all’accademia di Belle Lettere, partito per Parigi, si era introdotto come semplice commesso nella banca di un compatriota. A ventiquattro era già interessato a una fortuna: un quarto degli utili di una società finanziaria elvetica, ottenuti con la speculazione sul grano e con la Compagnia delle Indie. Nel 1769, quando la Compagnia ebbe dei rovesci e l’amministrazione reale decise di sopprimerla, Necker si oppose pronunciando un’arringa che fece sensazione. Nel frattempo aveva guadagnato in borsa al punto che si favoleggiava fosse milionario.
Sua moglie, la ginevrina Louise Suzanne Curchod, istitutrice e dama di compagnia, era graziosa e innamorata tanto da trasformare le residenze in salotti che fungessero da trampolino di lancio per il “grande” marito. Per ricevere l’intellighentia si era aggiudicata il venerdì, ultimo giorno libero nel calendario mondano di Parigi.
La figlioletta Germaine, all’epoca undicenne, ascoltava quelle conversazioni con curiosità. Non bella come la madre, né come lei eterea, aveva un viso appuntito incorniciato da riccioli neri, che le acconciature torreggianti facevano assomigliare ad un uccello, ma gli occhi erano vivaci e intelligenti. Diderot, D’Alambert, Buffon, Marmontel l’avevano definita sorprendentemente matura.
- Per l’occasione dovrai indossare un abito che faccia risaltare la perfezione interiore… - diceva madame Necker alla figlia seduta con lei nel boudoir.
- Come faccio a sembrare perfetta?
- Non si può ma… la perfettibilità è la facoltà che fa la differenza… - madame Necker pensò che l’ aforisma andava scritto.
- Ho un padre importante adesso?
- Lo é sempre stato, ora lo è di più.
Il 29 giugno 1777 Jacques Necker aveva riunito nelle sue mani ciò che oggi chiameremmo Ministero dell’economia, con il titolo non di controllore, non poteva essendo protestante, ma di direttore generale delle Finanze di Luigi XVI. L’uomo che nel 1775 aveva scritto un saggio sul commercio del grano per confutare le liberalizzazioni di Turgot, ora gli succedeva trionfante. La ricchezza gli permise di infischiarsene dell’onorario di duecentomila luigi e delle tangenti annesse, facendo salire le sue quotazioni presso l’opinione pubblica. Necker si guardò bene dal precisare che in cambio aveva chiesto e ottenuto un titolo nobiliare perché era, nel senso attuale del termine, un comunicatore e un abile curatore della propria immagine. La sua ascesa venne orchestrata con metodo e disciplina da una moglie animata da uguali ambizioni.
- Germaine, al ricevimento in onore di tuo padre, neanche un capello fuori posto…
La bambina allargò gli occhi.
- Siederai con grazia – spiegò la mamma - avrai l’aria pacata ma interessata, sarai attenta, senza premura di esprimere le tue idee… per non passare da presuntuosi bisogna sembrare superiori a quello che si dice… non essere troppo vivace, soprattutto non usare brutte parole… sei un angelo e ti voglio anche migliore…
Tutti ritenevano che Louise Suzanne Curchod incensasse i suoi al punto da renderli insopportabili, l’economista Condorcet aveva soprannominato il collega Necker “pallone gonfiato”, ma madame riguardo alla prole non aveva tutti i torti.
Germaine la guardò perplessa dando segni di stanchezza.
- Dov’è il mio libro ?
- Quale?
- Quello che stavo leggendo...
Sgusciò via per andare a prenderlo mentre sua madre sospirava: non poteva immaginare che la piccola Anne Louise Germaine Necker un giorno sarebbe diventata una scrittrice che avrebbe superato l’usura dei secoli col nome di Madame De Staël.
***
Quell’ estate a Compiègne Maria Antonietta e Luigi dormirono più spesso insieme, i consigli dell’imperatore Giuseppe II dovevano aver fatto misteriosamente breccia perché il re divenne più disinvolto. A ottobre, come di consueto, si trasferirono nel castello di Fontainebleau, poi a Choisy dove l’intimità fu quasi assodata, anche se Luigi preferiva cacciare e Maria Antonietta giocare d’azzardo con Artois, la Polignac, Vaudreuil, Besenval, il duca di Guines, di Coigny e altri sfaccendati. L’ultimo mese dell’anno lo trascorsero a Versailles perché aveva stanze riscaldate.
Una notte di dicembre, il talamo dove era stato gettato il seme di una stirpe regnante da otto secoli, l’immenso salone regale con la sua balconata, i broccati in oro, gli specchi, i busti, i marmi, gli arazzi, gli ebani, le porcellane e i cristalli, rischiarati dalla fioca luce del mortaio brillavano sinistri nella penombra dove un re in affanno ansimava:
- Si! Si! Si! – urlò cadendo di fianco.
Si separò dalla moglie soddisfatto non tanto dal piacere ma dal dovere compiuto, provando gratitudine verso di lei che lo aveva reso uomo.
Un lungo silenzio.
- Tutto bene monsieur? – chiese la regina
- Come potrei dirti il contrario? – la sua voce era dolce e affettuosa e quel “tu” insolito suonava intimo come mai.
- Bene – rispose Maria Antonetta, sollevata ma certa che in nessun caso sarebbero divenuti amanti. Si girò verso di lui - Niente potrebbe andare meglio… non credevo che Necker arrivasse a darmi 150.000 luigi di tasca sua, gli avevo solo chiesto di prelevarli….
- Quel Necker sta pensando a una politica dei prestiti, a una lotteria… addirittura dice che potremmo permetterci la guerra senza tasse…
- Un ministro tanto geniale non l’abbiamo mai avuto…
***
Il 30 dicembre 1777 un fatto inaspettato scosse i regni d’Europa: Massimiliano Giuseppe, elettore di Baviera, morì a soli cinquant’anni senza lasciare eredi. Su quei territori il fratello di Maria Antonietta aveva mire espansionistiche e da tempo rivendicava i possedimenti della moglie defunta, una principessa bavarese. Il 15 gennaio 1778 Giuseppe II ordinò che quindicimila soldati austriaci invadessero la Baviera meridionale e in risposta Federico II di Prussia minacciò, se l’imperatore non avesse ritirato le sue truppe, di fare altrettanto con la Boemia.
Istruita dall’ambasciatore Mercy Argenteau, spronata da Maria Teresa che temeva una conflagrazione generale, Maria Antonietta si precipitò a perorare la causa del fratello presso il marito. Mentre Luigi misurava la sala nervosamente, lei lo scongiurava:
- Mantenete gli impegni con la mia famiglia in base al trattato, aiutatelo!
- L’ambizione dei vostri parenti sta sconvolgendo l’Europa! – brontolava il re - Prima la Polonia, ora la Baviera… questo smembramento è contrario alla mia volontà… non possiamo avere altri nemici, abbiamo problemi con l’Inghilterra perché sosteniamo gli Stati Uniti…
La regina scoppiò a piangere.
- Il trattato non obbliga a soccorre l’Austria per terre annesse di recente… - puntualizzò Luigi - e poi la guerra costa…
Maria Antonietta, sapendo che la politica dei prestiti di Necker aveva incontrato grande favore e la gente correva a comprare quella sorta di “buoni del tesoro” antesignani, protestò:
- I soldati hanno dovuto frenare la folla che ci portava scudi!
- E con questo? La mia risposta è no!
Smacco totale per la regina: non era mamma e la sua influenza di governo valeva zero. Nell’impero asburgico si sarebbero adirati con lei mentre in Francia era solo una sporca “filoaustriaca”: il primo sole fugava l’inverno ma sentiva la sua vita fallire. Faticò a distrarla persino la Polignac. Giorni uguali e logoranti: sapendo che la decisione non dipendeva tanto dal marito bensì dagli odiosi ministri che lo avevano consigliato, invano gli chiese di ritirarli. Diradò allora i rapporti, subendolo solo qualche notte.
Il giorno che Luigi la vide entrare all’improvviso nel gabinetto del tornio, si stupì al punto che fece cadere una pinza. Al falegname che la raccolse ordinò di allontanarsi.
Maria Antonietta gli sorrise sorniona:
- Buongiorno sire…
- Madame a cosa devo…?
Lei atteggiò un broncio divertito:
- Vengo a lagnarmi di un vostro suddito che mi prende a calci...
Silenzio interrogativo e interdetto.
- E’ un birbante sire, si muove spesso dentro di me…. non è una grande gioia?
Allora comprese, l’abbracciò estatico e quando tornò a guardarla i suoi occhi erano lucidi:
- Tonietta…
- Vi dico una cosa confermata dai medici – si illuminò di orgoglio - presto dovremo renderla pubblica… nel dare la notizia avrei pensato a 500 luigi da devolvere agli insolventi, non ai debitori qualsiasi, a quelli che non hanno potuto pagare le balie da latte…
Luigi annuì.
- Dovremo anche fare beneficienza ai poveri di Versailles.
- Certamente…. – assentì il sovrano con voce commossa.
***
La gravidanza di Maria Antonietta attutì le ansie di una eventuale guerra e rinsaldò il fragile legame tra Francia e Austria. Luigi divenne sottomesso, premuroso, grato: si era perdutamente innamorato della moglie a otto anni dalle nozze. Quando la notizia si diffuse molti vennero a congratularsi con la prima madre di Francia: ufficiali di ritorno dalla battaglia navale contro gli inglesi, alti dignitari, aristocratici, finanzieri, gran dame e questuanti. Un giorno, a uno di questi incontri, inaspettatamente la regina si turbò: davanti alla sua figura appesantita si era inchinato un uomo di eccezionale bellezza.
- Siete una vecchia conoscenza o sbaglio? – Maria Antonietta arrossì
- Non sbagliate…. vostro servitore conte Axel von Fersen.
Lo svedese incontrato all’opera, strano non averlo dimenticato! Le dava un leggero brivido quel sorriso così candido, si augurò di non essere invecchiata. Lui la trovò ancora più sensuale proprio perché incinta.
- Quanto è passato ? – proseguì Antonietta
- Avevo diciott’anni, oggi ventiquattro.
- Non venite la domenica? Giochiamo a carte…
- Sono venuto… non c’era ricevimento.
- Che sfortuna…. dobbiamo rimediare.
Appena Fersen si fu allontanato il pensiero della donna fu per il parrucchiere: “Voglio che Leonard mi rimetta a nuovo, i miei capelli sono un disastro”. Poi rivolta al marito: – Monsieur questo lévite vi piace?” – si riferiva all’ampio abito di seta trasparente
– Adesso me lo chiedete? – borbottò lui stupito
***
La caldissima estate del 1778 vide le finestre di Monsieur e Madame, situate a pianterreno, aperte al mondo esterno, i loro appartamenti, rischiarati da candele, offerti agli sguardi più curiosi. Non piovve per mesi. Affaticata la regina trascorse il tempo nelle sue stanze riuscendo ad addormentarsi solo quando, scesa la sera, l’aria rinfrescava. Capitava che per propiziarsi il sonno passeggiasse con le principesse, i fratelli e le amiche. Qualcuno ebbe l’idea di rallegrare quelle notti di scirocco con orchestre di strumenti a fiato: fu ordinato ai musicisti di suonare su un palco posto al centro del parco.
- Venite al concerto stasera?– chiese la regina al consorte
- Sapete che non mi piace cambiare l’orario del sonno.
Il re non si smentì e si presentò solo due volte, ma la notizia delle serenate si diffuse: migliaia di persone accorsero a Versailles da Parigi e dintorni, ogni volta festeggiando sino alle due, le tre di notte.
Una sera suonatori di cappella e suonatrici di camera si esibirono al Colonnato, peristilio circolare, nel cuore di un boschetto, con in centro Proserpina e Plutone scolpiti da Girardon. Ma, diversamente dal solito, l’avvenimento era esclusivo: Madame Campan si occupò degli inviti e si assicurò che fosse mandato via chi non aveva un biglietto firmato da suo suocero. Entrarono solo gli amici della regina: i signori di Polignac, di Coigny, di Besenval, di Vaudreuil, di Guines e pochi altri. Musica perfetta, cornice seducente.
Il duca di Guines, ex ambasciatore francese a Londra coinvolto in un processo, aveva orecchio ed era abile con il flauto. Poco tempo prima aveva assunto un compositore di Salisburgo perché istruisse la figlia che suonava l’arpa. Ma questa, dovendosi sposare, era tutta presa da altre cose e il musicista era stato licenziato dopo ventiquattro lezioni. Tra un intervallo e l’altro il duca raccontò alla regina:
- Un vostro connazionale ha insegnato da me e gli ho commissionato un concerto per flauto e arpa…
- Chi è?
- Mozart.
- Chi?
- Wolfgang Amadeus Mozart… pare sia stato un prodigio da bambino, ha lavorato alla corte di Salisburgo… un tipo permaloso, non l’avevo pagato e mi è venuto a chiedere i soldi… vorrebbe avere un incarico come organista, vi assicuro che ha talento…
- Mozart… non mi dice granché… a parte i miei problemi…
Mozart ripartì da Parigi nel settembre del 1778 senza essere ricevuto da Maria Antonietta. Il concerto originariamente destinato a Guines e a sua figlia, è quello per flauto, arpa e orchestra in Do maggiore K. 299, che oggi viene riproposto con successo e appartiene a chi vuole ascoltarlo . Quella notte invece, quando i suonatori riposero gli strumenti, l’esiguo numero degli invitati dileguò scatenando invidie e maldicenze che annullarono l’effetto della beneficenza fatta: la pubblica opinione considerò un affronto non aver concesso a tutti quelle serenate e si vendicò con piacere usando fandonie stuzzicanti. Prosperarono canzonette e libelli satirici che raccontavano come l’erede al trono fosse figlio di Carlo conte di Artois, fratello minore del re, e si aggiunse che a metterli in giro fosse il secondogenito, l’invidioso Provenza.
Caroline Chevrier, andata a Versailles sperando di poter guadagnare vendendo limonate e tisane, tornò a Parigi su un carro insieme alla figlia Marianne e a un gruppo di bambini che, dopo aver elemosinato, facevano un chiasso infernale. A un tratto la madre con stupore udì Marianne intonare con una voce più potente dei suoi sette anni :
Il figlio di Antonietta
è figlio di Carlino!
Gli altri tutti in coro:
Giro girotondo
Bastardo è il delfino!

Libero circuito culturale, da e per l'Insubria. Scivici a insubriacritica@alice.it

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