14 dicembre 2008

Geografia: l'allarme ambientale

Nota enciclopedica
Di allarme ambientale sul nostro pianeta si può, storicamente, cominciare a parlare a partire dalla Rivoluzione industriale, e cioè dalla seconda metà del Settecento. A partire da questo secolo infatti, quello dei Lumi, la fiducia pressoché illimitata nella scienza e nelle risorse tecnologiche ha portato l'uomo a modificare l'ambiente e, fatto questo dannoso, a considerarlo terreno di conquista e di sfruttamento. Paradossalmente, le conseguenze più dannose di questo atteggiamento sono maggiormente visibili nei paesi in via di sviluppo, piuttosto che in quelli più industrializzati, probailmente perché i primi, più anziani nell'approccio consumistico, possiedono anche una coscienza ecologica più evoluta, oltre ad avere una ricchezza che consente loro di sfruttare in maniera intelligente le risorse naturali. I paesi poveri invece, spesso sotto scacco dei più ricchi, depauperano annualmente immense risorse boschive, minerarie e petrolifere, sfruttando il proprio territorio in una maniera pressoché irreversibile.

I danni prodotti dallo sviluppo incontrollato sono visibili ad esempio nell'inquinamento dell'aria, che si è saturata di sostanze variamente inquinanti come l'anidride carbonica, il metano, gli ossidi di zolfo (solfati) e di azoto (nitrati), i clorofluorocarburi e i prodotti della scomposizione dell'ossigeno, come l'ozono.
Tutto questo incide in maniera dannosa sul nostro sistema respiratorio, ma non solo: mentre l'ozono in quota è un bene perché filtra la radiazione ultravioletta della luce solare, al suolo, dove tende a formarsi, è causa di problemi allergici. I clorofluorocarburi (CFC) inoltre, salendo in quota si decompongono liberando il cloro, responsabile della decomposizione catalitica dell'ozono in quota e contribuendo quindi alla formazione del famoso 'buco'.
Nitrati e solfati si legano all'acqua contribuendo alla formazione delle cosiddette piogge acide, con danni pesanti oltre che alle foreste spesso anche alle colture. L'anidride carbonica (CO2) in fine è responsabile del riscaldamento del pianeta, perché contribuisce all'effetto serra, essendo un gas trasparente (che fa passare l'energia solare sotto forma di luce), ma isolante termico (che non fa uscire il calore dall'atmosfera).
Il riscaldamento, a sua volta, sta avendo un progressivo effetto sullo scioglimento delle calotte polari, con relativo progressivo innalzamento dei mari, innalzamento che rischia di creare danni enormi portando gli stessi mari a sommergere vastissime aree densamente popolate e ricche di attività economiche.
Il famoso protocollo di Kyoto fa riferimento proprio a questa drammatica situazione. La conferenza svoltasi nel 1997 nella città giapponese, e glissata poi da quella di Buenos Aires l'anno successivo, ha stabilito infatti un accordo tra i paesi industrializzati, i quali si sono impegnati entro il 2012 a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, addirittura fissando una soglia del 5% inferiore ai valori registrati nel 1990.
Altra questione è quella dell'inquinamento delle acque, il quale sembra essere strettamente legato, oltre alla concentrazione industriale, alla densità della popolazione. Per quanto riguarda le acque interne, come fiumi e laghi, i principali inquinanti sono i liquami ed i detersivi. I primi sono biodegradabili e quindi nei paesi industrializzati si tratta solo di diluirli e trasportarli in zone dove l'ambiente ed il tempo sono in grado di recuperarli; il problema però è grande nei paesi in via di sviluppo ed a grande densità demografica perché lì lo smaltimento è più difficile (mancano ad esempio le fogne o sono insufficienti), il sistema immunitario delle persone è più solido, c'è gente che è in grado di bere l'acqua del Gange senza ammalarsi, ma non per questo tali paesi non sono ad emergenza inquinamento. Per quanto riguarda i detersivi il problema è da una parte nella scarsa biodegradabilità di queste sostanze chimiche, dall'altra nella circostanza che i detersivi sono ricchi di fosfati, un nutrimento per le piante acquatiche, le quali finiscono per proliferare favorendo a loro volta la stagnazione delle acque e l'impoverimento d'ossigeno di queste ultime, cosa questa che danneggia a sua volta la fauna ittica. Per quanto riguarda il mare, per molto tempo considerato in grado di smaltire qualunque rifuto, va sottolineato l'importante ruolo inquinante dato dal trasporto di idrocarburi, che vengono spesso dispersi occasionalmente o volontariamente in mare aperto, lontano da occhi indiscreti.
I rifiuti sono un altro tema. Va sottolineato il fatto che sia l'attività industriale che quella dei singoli individui produce rifiuti, circa un miliardo di tonnellate annue complessive, i quali vengono generalmente smaltiti in discariche controllate. Questo crea però problemi all'inquinamento delle falde poiché accantonare i rifiuti non vuol dire eliminarli del tutto, bensì solo spostare il problema. Il modo più sicuro, si è visto, è quello dell'eliminazione per incenerimento, questo però crea problemi all'ambiente per la conseguente produzione di diossina, che può essere eliminata solo negli inceneritori di nuova generazione, per mezzo di filtri, i quali però sono a loro volta difficili da smaltire quando sono saturi. Uscire quindi da questo circolo vizioso non è facile e si sono diffuse pratiche illegali come l'esportazione clandestina dei prodotti più tossici (chimici e radioattivi), verso i paesi del sud del mondo.
I metodi legali per ovviare a questi problemi sono relativamente recenti: nello smaltimento si è iniziato a parlare di raccolta differenziata, la quale favorisce il riciclaggio di molti prodotti, come l'alluminio, la plastica, la carta ed anche l'umido, utilizzato nella produzione di fertilizzanti naturali. Questi ultimi hanno anche la funzione di limitare la produzione di fertilizzanti di sintesi, che sono molto tossici appartenendo chimicamente alla stessa famiglia dei pesticidi, ed a favorire lo sviluppo della cosiddetta agricoltura biologica.
Vi sono poi aree della Terra dove lo sviluppo è impossibile, non solo per le condizioni climatiche, sia troppo calde che fredde, bensì per la presenza del fenomeno della desertificazione, cioè un processo che viene innescato spesso involontariamente dall'uomo, il quale porta alla pressoché totale scomparsa di specie vegetali sul territorio. Un caso tipico è quello delle zone deforestate, dove il terreno non più protetto dalla folta vegetazione che lo ha ricoperto per millenni, finisce per inaridire velocemente. Altri posti soggetti a desertificazione sono quelli contigui ai deserti medesimi, cioè nelle fasce tropicali: qui l'assenza di risorse fa sì che basti poco acché il deserto chiami altro deserto. L'assenza di legna per accendere il fuoco o il pascolo su prato possono essere infatti, in queste aree, una ragione sufficiente al raggiungimento della completa desertificazione del terreno. Queste terre, se umide, sono anche soggette al fenomeno della salinizzazione: l'acqua superficiale "succhia" infatti per capilarità sali tossici per le piante, come i cloruri. E' successo nella zona del lago d'Aral e sta succedendo nel Mar Caspio.
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Autore: A. di Biase
Revisioni:
Fonte dei testi: liberamente ma sostanzialmente tratto da "Compendio di Geografia umana", P. Dagradi-C. Cencini, Pàtron editore -Bologna
Nota: l'autore riconosce trattarsi di un post un po' lungo ed anche un po' generico, - sostanzialmente un riassunto - ma si è ritenuto fosse importante trattare l'argomento, che è tipicamento geografico.
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